Cosa si nasconde dietro l’avarizia?

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Più date e maggiore sarà la vostra gioia: l’avarizia soffoca la felicità (Orison Marden)

Le persone taccagne non sono facili da riconoscere: molti considerano il risparmio ossessivo assolutamente normale, ma sappiamo che in psicologia, tutto ciò che è chiaramente ”troppo” rientra nelle patologie dell’eccesso: mangiare troppo, bere troppo, spendere troppo… Lo stesso discorso quando il ”troppo” è capovolto e ci troviamo di fronte alle patologie per difetto. Queste ultime  sono meno eclatanti e, spesso, abilmente camuffate: chi mangia di meno è a dieta, chi non gioca è una persona seria e chi spende poco è parsimonioso.

“Troppo” non è mai un aggettivo con una connotazione positiva: esiste un modo patologico di risparmio che non si riduce solo ai soldi o ai beni materiali, ma che tocca anche aspetti più profondi della personalità.

Il tirchio, o risparmiatore patologico, evita di spender denaro che potrebbe usare tranquillamente, senza creare problemi e momenti di ristrettezza. Di solito, ha entrate notevoli e un lavoro stabile e, se glielo domandate, dirà che il suo tesoretto è tale perché vive senza pensare a cose frivole e superflue.  Finisce spesso per accusare implicitamente gli altri di essere spendaccioni e disapprovare il loro stile di vita. Qualcuno, in famiglia, potrebbe accusare gravi danni emotivi dalla sua condotta così restrittiva e denigratoria nei confronti del ” bello ” cui si può accedere con il denaro.

È una persona che usa gli stessi vestiti per anni pur di non spendere. Non usa troppo il telefono, usa poco l’auto, compra i prodotti più economici al supermercato, anche se non sono di buona qualità. Legge tutte le offerte, gli sconti, i bonus proposti. E, se può, evita un acquisto limitando persino la varietà di ciò che mangia. La poca varietà, che si riflette in tutto, è una vera mancanza di amore proprio , ma poco se ne cura.

C’è bisogno di un’occasione davvero speciale perché si conceda una cena fuori casa o una gita di piacere, che poi farà sempre pesare a familiari e conviventi rendendosi antipatico e irritante. Talvolta per questo viene poi isolato ed evitato.

La caratteristica distintiva del risparmiatore patologico è il fatto che il suo essere cauto con le spese non proviene da un motivo realmente obiettivo. Non si tratta di mancanza di soldi o di voler fare un investimento: risparmia solo per il solo motivo di accumulare denaro, per sviluppare progetti che non porterà mai a termine, per poter affrontare eventuali “tempi difficili”, anche se nessun tempo sarà poi così duro da indurlo a spendere.

L’aspetto più grave è che e persone taccagne non lo sono solo con i soldi. Sono avari anche con le proprie emozioni, con l’affetto e con l’uso della loro energia vitale.

Conservano per sé tutto quello che possono, ma non sono persone prudenti, bensì intrappolate in una prigione interiore.

È molto difficile convivere o stabilire un legame profondo e duraturo con una persona taccagna. Proprio come pensa di dover proteggere i propri amati averi dai canti delle sirene del mercato (tentazioni e inganni sono ad ogni slogan, volantino…), crede analogamente anche di poter essere “ingannato” dagli altri a livello emotivo.

 

Essere avari significa essere rinchiusi nella prigione della paura

Le persone taccagne sono intrappolate nelle proprie paure dei desideri inespressi, della vitalità repressa. Sono irascibili e polemiche perché incapaci di accedere alle risorse interiori che non sanno coltivare o alimentare. Non sanno comunicare, sono sospettosi e poco amabili per via della ristrettezza dei loro orizzonti cognitivi. Mancando la varietà, come detto, tutto si riduce ad un calcolo.

Anche se hanno una famiglia, di solito finiscono per trascorrere la vita da soli, perché isolati e indesiderati per la loro aridità e pochezza … e con un’enorme fortuna risparmiata, che finisce … nel nulla.

Se vi riconoscete in queste parole o conoscete qualcuno penalizzato dalla propria avarizia, è il momento di affrontare la questione.

Coppie infelici che non si lasciano

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La quarantena ha costretto per lunghi mesi a convivenze forzate, non tutte gestite con leggerezza. Anzi, proprio in questo periodo, si sono evidenziati ancora di più tutti i problemi e disagi preesistenti. Se prima si poteva evadere dalle indesiderate mura domestiche per qualche ora, stando in ufficio o in palestra, per tutto il lockdown non è stata una strada percorribile. Molte coppie sono state messe a dura prova; qualcuna si è analizzata, altre non sono state in grado e si adattano tutt’ora a una situazione non ottimale, continuando a stare insieme nonostante le profonde crepe, le liti, la noia e le incomprensioni perenni.

Conosciamo tutti qualcuno invischiato in un rapporto amoroso che non funziona, ma che, nonostante questo, non rompe il legame. Secondo gli studi, i motivi più comuni per cui si porta avanti una relazione anche quando essa comporta grave malessere, apatia e infelicità sono 4:

Motivi esterni alla coppia

Uno dei principali motivi della mancata rottura è l’esistenza di fattori esterni, quali figli o problemi di natura economica.

Le persone che evitano di affrontare un dolore a breve termine in realtà lo prolungano nel tempo, ad esempio i genitori che pensano di fare il bene dei figli continuando a stare assieme peggiorano solamente le cose. E’ più corretto creare un’atmosfera veritiera e sana che nascondersi dietro alle proprie paure, mentendo sullo stato di salute emotiva della famiglia. Serve coraggio, certo, ma la negazione di uno stato latente di malessere è ancora più deleterio.

Anche le ragioni economiche possono essere affrontate in maniera matura: forse saranno inizialmente necessarie delle rinunce, ma la felicità non ha prezzo (o così dovrebbe essere).

Motivi religiosi

Le credenze religiose sono un altro motivo per cui le coppie infelici continuano nella convivenza. Nei paesi cattolici il numero di divorzi è inferiore rispetto ai paesi laici: questo perché il matrimonio è considerato sacro, dunque decretare la sua fine è una delle peggiori azioni che una coppia possa commettere. Le persone cattoliche sposate preferiscono portare avanti un rapporto infelice piuttosto di commettere un atto così terribile (per loro) come divorziare.

Forte senso di impegno

Alcuni infelici lo fanno in nome dell’impegno: secondo la teoria triangolare dell’amore di Sternberg, quella più accettata tra gli psicologi per spiegare i rapporti di coppia, una delle componenti dell’amore è proprio l’impegno, il compromesso. Anche se in generale si richiede la presenza di altre componenti, come l’intimità e la passione, c’è un tipo di amore che si basa solo sull’impegno preso nei confronti del partner, il cosiddetto amore vuoto. A volte, questo legame è sufficiente per portare avanti una relazione nonostante i problemi o l’infelicità.

Fallacia dei costi irrecuperabili

Uno dei pregiudizi cognitivi più pericolosi è la fallacia dei costi irrecuperabili. Si pensa che, visti le risorse e l’impegno investiti in qualcosa, bisogna perseverare anche se è chiaro che non sta funzionando. Questa ragione può risultare dannosa in molti ambiti e in quello delle relazioni può spingerci a lottare per un rapporto che non funziona solo in nome del tempo già trascorso assieme al partner o dei soldi spesi insieme per la casa o altri beni comuni. Teoricamente questo potrebbe avere senso, ma in pratica il rischio è di aumentare il risentimento e la distanza, spesso uno dei due nella coppia poi diventa apatico e scarsamente collaborativo. Può arrivare ad avere una vita parallela, altro motivo poi di scontri e ulteriori frustrazioni.

Per non parlare della facciata che spesso gli infelici preferiscono mantenere davanti ad amici, familiari e conoscenti pur di non ammettere che tutto è naufragato da un pezzo.

In tutte queste casistiche è necessario comprendere a fondo con uno specialista le ragioni ”nascoste” della scelta e la componente di responsabilità che si ha nel rapporto. I bisogni autentici (ma sabotatori) che ci tengono imprigionati nella relazione soffocante e deprivativa spesso offuscano l’amor proprio, talvolta già molto scarso o minato da altri fattori. Quest’ultimo andrebbe rafforzato per poter rialzarsi e prendere in mano la situazione con consapevolezza di sé.

Vale sempre la pena indagare prima di condannarci ad un… vissero per sempre INFELICI (e mai contenti).

La paura: quando la crisi è ancora una volta opportunità

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A distanza di tanti anni dalla stesura del mio libro, non avrei pensato di parlare ancora di crisi.

Una situazione sicuramente diversa, che coinvolge l’intera popolazione mondiale… ma pur sempre di profondi squilibri e fratture si tratta. E oggi, come anni fa, mi sento di sottolineare come all’interno di una grande parentesi di incertezze e instabilità possa risiedere, se sappiamo guardare bene, una (grande) opportunità.

Il cambiamento, ciò che è sconosciuto, imprevedibile, spaventa. La minaccia alle nostre certezze è spaventosa, per alcuni inaccettabile e ingestibile.

Gli aspetti negativi li conosciamo, non vanno banalizzati, ma non dobbiamo nemmeno sprecare le occasioni che questa situazione ci offre. Pensiamo alle capacità del nostro cervello di rispondere ai cambiamenti, di adattarsi alle richieste ambientali rendendoci straordinariamente resistenti, donando forza al nostro sistema immunitario psicologico così capace di difendere il benessere con grande fantasia. Questo momento è utile per sistemare cose di noi, per imparare a vedere noi stessi in modo diverso, per muovere piccole o grandi riflessioni.

L’emozione regina di questo lockdown è stata la paura: possiamo imparare a vederla non solo come una nemica, ma come la chiave che apre nuove porte su scenari ancora non considerati.

La paura è restrittiva dal punto di vista emotivo, come le misure di contenimento di questi giorni, ci relega in spazi emotivi e mentali limitati ma è un passaggio inevitabile – condividiamola con gli altri – per recuperare la capacità di sentire, ascoltare e confrontarci. Non vergogniamoci di ciò che ci ha spaventato, raccontiamolo, scriviamolo, rappresentiamolo come meglio siamo capaci. Disegniamo i contorni dei ”mostri”.

Gli sconvolgimenti delle nostre abitudini, l’incapacità di gestire tutto quello che accade è legato alla paura di perdere il controllo. Quello che ci fa credere che così nulla andrà storto. Forse. Ma si tratta di un allenamento che si rivela utile. Le nostre idee su come il mondo (o il nostro piccolo mondo) dovrebbe funzionare si capovolgono e ci sfidano a ripensare seriamente alle convinzioni profonde, a cosa possiamo lasciar andare, a come mollare quelle strette mentali che ci rendono così rigidi e incapaci di adattarci ai cambiamenti inevitabili della vita. La paura di perdere il controllo potrebbe rivelarsi…una nuova strada per affrontare le cose.

Nella vita di tutti i giorni può essere nascosta, ma esiste una rottura dentro di noi che nasconde “materiale esistenziale non elaborato”, e sotto pressione diventa più visibile. In questo momento siamo più vulnerabili, ma allo stesso tempo più pronti a prendere consapevolezza delle nostre fragilità, a scoprire come reagiamo nelle difficoltà, a capire meglio qualcosa di noi.

Quando poche cose e poche persone, diventano il solo e unico centro, il principio organizzativo centrale della nostra mente, la vita inizia a restringersi. Il confinamento obbligato che stiamo vivendo, così tanto limitante, può essere visto come la messa in scena delle misure restrittive che a volte psicologicamente imponiamo a noi stessi, recintando chi siamo, isolandoci dagli altri. Ci fa capire come la riabilitazione da ogni ”dipendenza” deve portarci fuori, farci uscire, ritrovare connessioni.

Quando abbiamo paura e percepiamo una forte minaccia, avvertendo incertezza riguardo il nostro orizzonte temporale, attribuiamo un valore maggiore alle relazioni interpersonali. Una crisi può così aiutare a ripensare certi guasti familiari in modo diverso, darci lo slancio per riaggiustare rapporti interrotti. Oppure, sempre per averci pensato e riflettuto, renderci chiara l’impossibilità di farlo, anche questo è un passo di crescita.

L‘abbandono di visioni limitate e individualistiche, il recupero del senso di sé sono i grandi doni che questa emozioni potrebbe fare: approfittiamone.

Disorganizzati, ritardatari e… come aiutarli (se lo vorranno)

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Ai tempi della quarantena, tra convivenze serrate e smart working a più non posso, sono emersi tanti disagi più o meno pratici. Le principali lamentele che ho ascoltato nei colloqui erano dovute a disorganizzazione e ritardi altrui. Appuntamenti disattesi, riunioni saltate, chiamate mai arrivate, documenti finiti chissà dove, cose e idee sparse ovunque.

Irritazione e disappunto ai massimi livelli: quelli che già normalmente erano atteggiamenti mal tollerati, ora che il tempo regna sovrano e abbondante, non sono più concessi. E’ tempo di sfoltire. Di ridefinire.

Questi gli obiettivi più gettonati: come imparare a gestire il disordine mentale (o fisico) e la scarsa puntualità degli altri, per non arrivare esausti e arrabbiati a fine giornata (o a fine quarantena).

Per iniziare è importante capire come agiscono le motivazioni (nascoste) che spingono le persone ad assumere gli atteggiamenti che riconduciamo comunemente a mancanza di rispetto, immaturità, menefreghismo e superficialità. Questo per imparare a selezionare meglio i nostri rapporti, senza insistere nel voler cambiare gli altri, prendendo le distanze da ciò che non rispecchia i nostri valori e le nostre priorità.

Come riportano le maggiori fonti divulgative in merito, grandi bisogni nascosti si celano dietro all’incapacità di rispettare un impegno.

Goleman ne cita alcuni: bisogno di attenzione, di accettazione e inclusione, di creazione di un senso di ‘attesa’, necessità (la più subdola) di creare, sempre e ancora, situazioni in cui il ritardatario stesso viene ‘ammonito’ e, nel tempo, evitato o abbandonato in quanto marchiato come inaffidabile. Ciò per confermare a se stesso che merita di essere davvero escluso, anche se il suo desiderio più intimo è esattamente l’opposto, ossia l’essere accettato in tutto e per tutto. Quest’ultimo è chiaramente un terribile sabotaggio interiore a suo totale discapito, ma in quanto sotterraneo, non ne ha coscienza e prosegue nel suo maldestro tentativo di essere ‘atteso’. Arrivare per ultimo è un modo (distorto) per farsi notare (ed accettare). Purtroppo molto inefficace.

Noterete come spesso i ritardatari poi vengano lasciati, additati, mal sopportati ed esclusi. Sono considerati poco affidabili e, anche se notevoli professionisti o cosiddette brave persone, scartati per la totale mancanza di rispetto degli impegni presi. Sgridati al pari di un bambino. Cambiano spesso ‘giri di amicizie’, frequentazioni, lavori, incarichi. All’inizio il ritardo può apparire un inconveniente, a lungo andare, quando appare poi una costante, non mancano gli allontanamenti.

Se chi aspetta non si diverte, altrettanto poco piacevole è in realtà la condizione interiore del ritardatario, che non gli permette un facile riconoscimento delle profonde ferite, ma lo costringe alla rincorsa di un’accettazione giocata sulla punta delle lancette.

L’invito è quindi di aiutare sempre il ritardatario a rendersi consapevole dei bisogni (nascosti) che lo spingono a comportarsi così, senza aggredirlo in malo modo. Fintanto che è disposto a collaborare su questa analisi e a impegnarsi per capire che potrebbe essere accettato anche senza ricorrere al suo gioco. In assenza totale di questa cooperazione è sano prenderne con cortesia le distanze per evitare di entrare in un circolo vizioso di rimproveri che resterebbero inascoltati (e inefficaci).

Ripulire il nostro mondo relazionale è importante per non alimentare i circoli viziosi altrui e preservare il nostro equilibrio. Tutti si meritano collaborazioni e rapporti rispettosi e nutrienti, non qualcuno che ruba tempo ed energie.

Altrettanto vale per i disorganizzati cronici, che intralciano il piacevole fluire della cose in casa o negli ambienti lavorativi. (Spesso in stretta connessione con il ritardo, per giunta).

Chi mi contatta spesso lamenta l’incapacità di mettere freno al disordine mentale e fisico di chi, in qualche modo, gli sta accanto.

Non possiamo forzare gli altri ad assumere comportamenti che non appartengono loro, dando per scontato che il nostro modo (anche se davvero equilibrato e funzionale) sia l’assoluto migliore. Ma possiamo gettare le basi di un dialogo per andare a fondo del problema e, anche qui, comprendere cosa si cela dietro al ‘caos’ del soggetto in questione.

Aiutiamo (non smetterò mai di dirlo) le persone ad indagare questi comportamenti disfunzionali e, in caso di mancata collaborazione, prendiamo le distanze, non possiamo mettere ordine per conto di altri. Soprattutto quando il ‘disordine’ ha radici lontane…

Il caos è figlio dell’incapacità di scegliere. Del saper stabilire priorità perché non si comprendono a fondo i propri profondi bisogni o non si dà a questi ultimi la giusta importanza (non ci si reputa abbastanza degni o meritevoli di averne).

Il caos è l’alibi perfetto per poter dire agli altri che si pensa molto, che si fa molto (e apparire persone produttive). Che si dispone di molto. Anche se nel caos i disorganizzati spesso perdono cose, occasioni, persone e denaro… (ecco il paradosso). Non hanno una vera visione d’insieme, non ‘vedono’ ciò che hanno a disposizione e nemmeno sanno quindi renderlo fruttuoso.

Caos è un cumulo altissimo per nascondersi da qualcosa che non si vuole davvero affrontare.

Il caos è utile a tenere lontani gli altri. (chi si avvicina ad un posto o ad una mente troppo affollata?) Il caos argina e scoraggia. Isola e confina. E’ una potente arma a doppio taglio, ma sempre strategica per chi la usa. Con pericolose ritorsioni che, chiaramente, non prevede e non riconosce nell’immediatezza.

Il disorganizzato, con il suo aspetto sognante, si spaccia talvolta per un grande creativo o un artista incompreso. Pensa di avere un’aura magica che lo rende inaccessibile (vero…) e misterioso.

Spesso questo effetto naif svanisce in fretta, quando gli altri si accorgono che dietro un mucchio di parole la personalità è solo un grande fake.

Storia di ordinario… disordine

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Non è semplice descrivere cosa smuova un processo di riordino, per ciascuno è diverso, ma certamente affascinante.

Una bella storia, raccontata da chi l’ha vissuta in prima persona: non ci sono parole migliori.

Per molti anni, vivendo da sola, i miei vestiti erano in giro per casa, ma non provavo né particolare fastidio, né noia nell’averli così.
Durante gli incontri con Chiara nel mio percorso di Coaching è emersa la voglia di ricerca d’ordine e chiarezza e, con essa, è arrivata in modo quasi naturale l’esigenza di riordinare i miei abiti nell’armadio. Troppa confusione fuori, intorno… troppo poco senso di identità con quello che mi circondava, ma non mi apparteneva. Sentendo crescere questo desiderio l’ho esternato e… mi sono fatta guidare in una concreta scoperta dei “meandri dei miei armadi”.

Fino a quel momento ero solo consapevole di avere tanti abiti un po’ ovunque ma non di cosa giacesse (e si nascondesse) veramente nel mio armadio. C’erano vari abiti spiegazzati e buttati lì e quelli appesi erano anche, in parte, sovrapposti in un solo appendino. Superato il piccolo shock di presa di coscienza di quanto vedevo e mostravo (per l’ occasione non mi ero preparata ma completamente affidata all’ esperta del settore), ho guardato Chiara con occhi persi e lei mi ha regalato questa sorta di scossa domandomi: “Provi amore per questi vestiti?” Io, sul subito non avevo ben capito, non ero abituata ad associare emozioni alle cose, ma mi sono lasciata trasportare . E nel decidere cosa tenere e cosa buttare ho messo in gioco, per l’ appunto, sentimenti ed emozioni. Ho iniziato a pensare se provassi gioia o comunque belle sensazioni alla loro vista o toccandoli. Persino pensando alla loro destinazione. (Come ci vestiamo è sempre il nostro biglietto da visita nel mondo esterno, ndr)
Prima che Chiara mi consigliasse di abolire questa distinzione e tornare solo a scegliere in base a ciò che sentivo e provavo, dividevo infatti gli abiti da indossare per il lavoro da quelli per uscire, Il suo sostegno e la sua continua, seppur mai inopportuna, interrogazione su quali fossero le mie abitudini, le mie preferenze o i miei desideri ed altre mille domande, tutte volte a farmi attraversare in quel momento parecchi stati d’ animo, sono state il motore che ha azionato il mio essere “pulitrice” ( o cleaner, ndr)
Insieme a lei ho compiuto un viaggio esperienziale: confesso che i dubbi erano tanti, come ad esempio: ”E se poi butto qualcosa che mi serve?” Oppure: ”Metti che un giorno dimagrisco e non ho più quell’ abito che poteva andarmi bene?”
Tutti leciti interrogativi durante questa operazione di space clearing ma, alla luce di ciò che ho sperimentato, completamente inutili perché, credetemi, godendo del risultato ottenuto, cioè di una splendida panoramica di abiti riposti ognuno con il proprio appendino, che quasi ti ringraziano perché hai donato loro il giusto spazio e agio, neanche più ti ricordi di cosa hai buttato (anche se proprio tanto!!!).
Questo lavoro di riordino permette di stabilire un punto di arrivo in cui è possibile finalmente sprecare meno energie a trovare “qualcosa” perché non è più in mezzo alla confusione, ma si trova ora a disposizione, con un suo posto, deciso da te. Chiara mi ha invitata all’autonomia e alla responsabilità delle decisioni, non ha mai scelto per me. Cosa che si è rivelata indispensabile per altri aspetti della mia vita: imparare a mettere delle priorità chiare. E rispettarle senza scuse.

Ho compreso anche che questo processo vale per “tutto il resto”, per tutto ciò che fa parte del mondo che c’è dentro. Spero che anche tu che mi stai leggendo, lo possa scoprire… ascoltando il tuo armadio.

Space Clearing: istruzioni per l’uso

space-clearing6In questi giorni particolari, con il tempo così dilatato e modificato, abbiamo pensato un pò tutti a come impiegarlo.

Impiegarlo non significa far passare le ore per tirare sera, ma utilizzarlo in modo consapevole, specialmente se, come in molti mi hanno chiesto, ci si vuole dedicare alla pulizia profonda della propria casa. Non parlo delle pulizie ordinarie o, visto il periodo, quelle cosiddette pasquali, ma mi riferisco ad un’operazione mirata di vero e proprio Space Clearing.

E’ importante quindi sottolineare che lo Space Clearing NON è un semplice passatempo.

Se si vuole iniziare è indispensabile sapere che è un processo che muove grandi corde interiori e spesso fa emergere nodi irrisolti, emozioni scomode, paure. Non si tratta solo di buttare qualche scatolone e spolverare a fondo il salotto.

Occorre sedersi e osservare profondamente lo spazio in cui si vive per potervi intrecciare una relazione nuova. Mettere le mani dove non le si metteva da tempo e guardare ciò che abbiamo voluto opportunamente evitare da troppo. Ma che, in fondo, è lì che ci aspetta con tutte le sue verità.

Si aprono i cassetti ma anche le porte dei ricordi, delle cose dimenticate e mai finite, delle questioni sospese e delle abitudini disfunzionali con l’obiettivo di esplorare a fondo i motivi che ci hanno portati a non sentirci più a nostro agio tra le mura di casa.

Sempre troppo occupati e distratti, siamo finiti sommersi da caos, cose inutili, piccoli e grandi …disordini.

Se la premessa non ha spaventato, è giusto anche sapere che questo percorso regala grandi rivelazioni, tesori e scoperte. Permette una comprensione dei nostri bisogni e delle nostre paure, una riconnessione con l’equilibrio e la chiarezza che tanto ci sono mancati e la capacità visionaria di stabilire priorità e obiettivi.

Capita con frequenza che toccando, osservando, le ‘cose’ che ci appartengono ci si senta inondati di emozioni contrastanti o si avverta una sensazione di estraneità e disagio: ci stanno anticipando che è ora di un cambiamento. Di direzione, di organizzazione, di stile di vita. E’ tempo di ascoltare bene e dare coraggiose risposte a tutte le domande.

E’ un viaggio rivoluzionario. Che parte da fuori e arriva nel profondo.

 

Ansia e altre emozioni…

Marzo 2020.

E’ un periodo complicato, denso di emozioni contrastanti e di situazioni mai vissute sinora.

Ansia, paura, smarrimento, senso di impotenza, si alternano di fronte agli scenari di mancanza di libertà e ignoto.

Nell’attesa di una risoluzione, possiamo fare qualcosa per migliorare il nostro approccio alla situazione?

Certo! Dialogare con il nostro lato interiore, sfruttando il tanto tempo a disposizione, il silenzio e la curiosità di conoscerci a fondo.

Possansia-PsicologiOnline20190303165421iamo esplorare le nostre emozioni forti, come ansia e paura, per non che diventino una ulteriore fonte di stress. Ed aiutare chi ci sta vicino a farlo, se non ne è in grado nell’immediato.

Quando parliamo di stress (o di disturbi d’ansia) è giusto premettere che non esistono vie d’uscita immediate, il nostro cervello non funziona come dovrebbe, ogni suo componente è invaso da norepinefrina e cortisolo, due ormoni che annebbiano i pensieri e che ci fanno rimanere intrappolati sempre nelle stesse reazioni: evitare e fuggire.

Si percepiscono solo due cose: forti timori e la sensazione di essere minacciati da qualcosa. 

Ecco 3 passi per un piccolo ‘pronto intervento’…

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1. Prendiamo consapevolezza di ciò che accade ‘dentro’

L’umore cambia, la motivazione svanisce, i messaggi e obiettivi diventano improvvisamente molto negativi. A ciò si aggiunge un’eccessiva sensibilità: stato di allarme al minimo cambiamento, non mancano i malintesi, la capacità di concentrazione si abbassa, emergono distacco, distrazione, perdita di autostima e forti sbalzi umorali. Lo abbiamo notato, ora annotiamo tutti questi segnali su un quaderno, senza giudicarci.

 

2. Impariamo a chiedere aiuto alle persone ‘giuste’

Scegliamo con cura dalla nostra rete di relazioni chi è dotato di empatia, pazienza e intelligenza (emotiva). Non ci servono rassicurazioni mediocri (dai, andrà tutto a posto) e nemmeno giudizi non richiesti (non lamentarti, c’è chi sta peggio!) che minano la valutazione delle nostre importanti emozioni.

Andiamo in un porto sicuro, da chi è capace di dimostrare reale presenza con sostegno effettivo e aiuto fattivo. Una telefonata, un messaggio rassicurante e caldo, un gesto concreto. Se non ci siamo mai costruiti una rete di salvataggio è bene iniziare a pensarci, anche per il futuro. E per renderci utili a nostra volta!

 

3. Usiamo pazienza, non mettiamoci pressione e non aspettiamoci risultati immediati

Non rifugiamoci in pratiche di yoga mai svolte prima o libri di mindfulness, se non sappiamo leggere a fondo noi stessi. Usiamo pazienza e ascolto interiore di tipo più semplice.

Quindi poniamoci dei piccoli obiettivi giornalieri di miglioramento (ad esempio concentrare i pensieri negativi in due porzioni giornaliere di massimo 20 minuti e poi riprendere le attività)

Cerchiamo sempre l’aiuto di un professionista, qualora le sensazioni negative non si risolvessero per un tempo prolungato. E consigliamolo a chi vediamo in difficoltà!

Non c’è nulla di cui vergognarsi, anzi è il momento per attivare ed esplorare risorse che non sappiamo di avere.

 

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E quando la rabbia è troppa?

come-gestire-la-rabbia-640x360Dietro la rabbia si trova un certo grado di frustrazione per il mancato raggiungimento di qualche obiettivo (materiale o interiore).

Ci irritiamo perché ci sentiamo incapaci di ‘controllare’ una situazione oppure persino, una persona a nostro vantaggio. Di direzionare le cose come vorremmo, insomma.

Bisogna dire, comunque, che assolutamente tutti ogni tanto siamo di mal umore; le piccole (saltuarie!!) esplosioni di rabbia possono essere sane quando sono causate da un motivo valido.

Tuttavia, cosa succede quando la rabbia non si esaurisce, quando rimaniamo quasi tutto il tempo con il broncio, la fronte corrugata e con forti sospesi che ci lasciano inquieti e irritabili? Siamo scontrosi per natura oppure è il caso di indagare altrove?

La risposta è una sola: dietro la rabbia frequente c’è più che una frustrazione passeggera, quello che si nasconde è una depressione nascosta.

Rabbia cronicizzata

A volte il mal umore non è momentaneo, ma si protrae per settimane, mesi… per argomenti o situazioni diverse, ma aleggia di continuo.

La rabbia inizia a trasformarsi nel modo “normale” di affrontare la vita e dialogare col prossimo. Tutto dà fastidio, si è intrattabili e perdere le staffe è la nota predominante.

In questo caso la rabbia non è sempre e solo rivolta contro una persona o una situazione in particolare, semplicemente viene percepita tutto il tempo e si sperimenta come intolleranza, fastidio, astio, inquietudine, impotenza.

A sua volta, viene espressa per mezzo di atteggiamenti disfunzionali: gridare, essere in continua tensione, avere sempre un commento di auto-offesa o di critica per gli altri, usare sarcasmo, avere molta difficoltà ad elaborare pensieri lineari e coerenti con i desideri per poi esternarli ed ottenere risultati. Fisicamente  si manifesta con un ‘broncio’ permanente, problemi digestivi, cutanei, di capelli che vanno a cadere e, nella maggior parte dei casi, difficoltà a dormire e riposare serenamente, ricaricarsi, perdita costante di energia e focus.

Se questo è il vostro caso, è probabile che non siete arrabbiati con il mondo: in realtà, siete arrabbiati con voi stessi. E’ un atteggiamento con radici primitive, un ‘bambino’ che scalpita e urla, non un ‘adulto’ che elabora con saggezza e consapevolezza le circostanze.

I motivi che vi hanno spinto a inimicarvi internamente con il vostro IO di certo hanno a che vedere con i modelli mentali che impiegate inconsciamenteCi sono alcuni parametri che avete scelto per giudicarvi e vi servono solo per rimproverarvi di continuo. Probabilmente, inoltre, vi sono alcune esperienze del passato non risolte. Per questo motivo, vi arrabbiate, ma non lo sapete a fondo.

Il fuoco e la fiamma

Tutti i possibili motivi per cui avete deciso di diventare il vostro peggior nemico si trovano nel profondo della vostra mente, negli aspetti più remoti della vostra storia. Tuttavia, almeno è possibile chiedersi perché questi motivi sono così influenti sulla vostra vita.

Dimenticate gli altri, non si comporteranno mai come vorreste o come pensate debbano comportarsi. Gli altri sono solo una scusa che avete utilizzato per esprimere la vostra rabbia. Non sono i loro errori, né la crisi economica, né le storie che ascoltate al lavoro o fuori casa a farvi davvero arrabbiare, ma l’incapacità di reagire, spesso la sottomissione alle situazioni (resa) e la rigidità con cui non cambiate mai il modo di pensare o di agire.

Avete un’idea del “dover essere” che non riuscite a raggiungere. Questo vi fa sentire terribilmente male, non solo vi giudicate severamente, ma vi colpevolizzate e vi tormentate. Paradossalmente, il vostro gigantesco ego non vi lascia la possibilità di capirvi e perdonarvi.

L’ira è come un fuoco interno che arde. Un elemento capace di dare calore oppure di radere al suolo quello che incontrate lungo il vostro cammino. Questa rabbia indefinita è anche una forza interna della quale non siete stati in grado di appropriarvi. Può essere il motore delle grande azioni, ma anche la brace in cui si consumano i momenti migliori della vostra vita.

La vera causa di questa condizione sono situazioni irrisolte con voi stessi, non con gli altri. E’ sempre utile chiedere aiuto in questi casi per analizzare l’irrisolto, perdonarvi, e comprendere come attuare nuovi comportamenti edificanti, con se stessi e gli altri. Restare impermeabili, immobili, rigidi, arrendevoli è quanto di peggio potrete fare. Siate onesti con voi stessi: siete davvero pronti a perdonare, usare nuovi atteggiamenti e abbandonare l’ego?

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source: Web

ABC della dipendenza affettiva

dontcry2Quando un rapporto affettivo diventa un “legame che stringe” o, ancor peggio, “dolorosa ossessione” in cui si altera stabilmente quel necessario equilibrio tra il “dare” e il “ricevere”, l’amore può trasformarsi in un’abitudine a soffrire fino a divenire una vera e propria “dipendenza affettiva”.

Parliamo di un disagio psicologico in grado di vivere nascosto nell’ombra anche per l’intera vita di una persona, ponendosi tuttavia come la radice di un costante dolore e alimentando spesso altre gravi problematiche psicologiche, fisiche e relazionali.

I segni più evidenti della dipendenza affettiva

Individuare la dipendenza affettiva è semplice, se non ci auto inganniamo. L’amore dipendente si mostra con le seguenti caratteristiche:

  • è ossessivo e tende a lasciare sempre minori spazi personali;
  • è parassitario e basato su continue richieste di assoluta devozione e di rinuncia da parte dell’amato;
  • è caratterizzato dalla stagnazione, ossia da una tendenza a ripiegarsi su se stesso e a chiudersi alle esperienze esterne per paura del cambiamento, soffocando qualsiasi desiderio o interesse personale in nome di un amore che occupa il primo posto nella propria vita.

Il vissuto del dipendente affettivo

  • Proviene da una famiglia in cui sono stati trascurati i suoi bisogni emotivi
  • Ha una storia familiare caratterizzata da carenze di affetto autentico che tendono ad essere compensate attraverso una identificazione con il partner, un tentativo di salvare lui/lei che in realtà coincide con un tentativo interiore di salvare se stesso/a
  • Ha una tendenza a ri-attribuirsi nella propria vita di coppia, più o meno inconsapevolmente, un ruolo simile a quello vissuto con i genitori così da poter riprovare a ottenere un cambiamento nelle risposte affettive quasi inesistenti ricevute nella propria vita
  • Non ha mai sperimentato nell’infanzia una sensazione di sicurezza, generando di conseguenza, nel contesto della co-dipendenza, un bisogno di controllare in modo ossessivo la relazione e il partner.

Personalità del dipendente affettivo

  • tende a sottovalutare la fatica connessa a ciò che serve ad aiutare la persona amata al punto da raggiungere, senza percepirlo in tempo, livelli elevati di stress psicofisico;
  • Ha il terrore dell’abbandono, di conseguenza è portato a fare cose anche precedentemente impensabili pur di evitare la fine della relazione;
  • tende ad assumersi abitualmente la responsabilità e le colpe della vita di coppia;
  • Ha autostima estremamente bassa e una conseguente convinzione profonda di non meritare la felicità;
  • Ha la tendenza a nutrirsi di fantasie legate a come potrebbe essere il proprio rapporto di coppia se il partner cambiasse, piuttosto che a basarsi su pensieri legati al rapporto attuale e reale;
  • E’ maggiormente predisposto verso persone con problemi con contemporaneo disinteresse e apatia verso persone gentili, equilibrate, degne di fiducia, che invece suscitano noia.

Tre domande importanti da porsi…

Riconoscere l’esistenza del problema

Può sembrare una banalità, ma la verità è che normalmente tendiamo a mentire perché in questo modo tutto diventa più facile . Noi pensiamo che se ci nascondiamo il problema non esista. Quindi il primo passo per superare la dipendenza affettiva è identificarla. Per fare questo, è necessario considerare le seguenti domande e cercare di rispondervi onestamente:

– La tua felicità dipende da una sola persona?

– La tua felicità dipende da come ti trattano gli altri? Ti senti come se il mondo ti crolla addosso quando qualcuno ti critica o ti rifiuta?

– Ti capita spesso di mettere i bisogni e i desideri degli altri davanti ai tuoi?

– Ti senti bene con te stesso solo quando gli altri ti accettano?

Vale la pena ricordare che è normale che il rifiuto ci faccia provare qualche disagio e che vi siano delle persone che sono molto importanti nella nostra vita e che a volte mettiamo le loro esigenze davanti alle nostre, ma la persona che dipende affettivamente da altri mostra questi comportamenti sempre a livelli patologici.

Riconoscere i danni causati da questi comportamenti

In questo caso, l’obiettivo è che la persona sia consapevole del danno che si è auto inflitto con questo tipo di comportamento. Per farlo, è utile elencare tutte le cose che hai fatto (presumibilmente per amore o affetto), ma che alla fine ti hanno causato dei problemi.

– Che passione hai trascurato per soddisfare gli altri?

– Quale sogno o obiettivo non sei riuscito a realizzare perché ti sei occupato degli altri?

– Quali situazioni negative hai dovuto sopportare perché l’altra persona non ti abbandonasse?

L’obiettivo principale di questa fase è che prendiate coscienza di tutta la sofferenza che avete sperimentato solo perché siete vittime di una dipendenza affettiva. In questo modo vi sentirete più motivati ​​a cambiare prendendo il controllo della vostra vita

Se hai risposto a tutte queste domande e vuoi intraprendere un PerCorso completo sulla Dipendenza Affettiva…

 

Mind Clearing: gestire lo stress

stress.jpgTutti noi soffriamo – più o meno consapevolmente – di stress da lavoro.

C’è lo stress positivo, quello delle sfide, della passione per il proprio lavoro, e quello  completamente negativo, disincentivante, logorante dovuto a… tante cose.

I problemi, per chi ha un’attività professionale, si sa, non mancano mai. Se sente spesso, tra imprenditori e professionisti, qualcuno che la butta sullo scherzo, affermando… “Non ci si annoia mai, nel lavoro!”

Sottintendendo che non c’è un giorno in cui i problemi di varia natura ti lascino in pace.

Tutto questo è certamente difficile da sostenere, e nei casi estremi si parla di Sindrome da burnout, quando impegno eccessivo, emozioni eccessive, fatica eccessiva mettono in crisi la persona coinvolta.

Tutto questo va evitato con cura, ma può non essere semplice.

La risposta: un incontro aperto sul tema, con la partecipazione di 3 esperti.

Vi invitiamo quindi, il 17 ottobre, dalle 17.30 alle 20.00, per un incontro con la life coach Chiara Lacchio, la biologa nutrizionista Marianna Pasqua e il maestro di Yoga Francesco Vignotto-Zènon, a parlare proprio di questo, nella prima parte della serata ascoltando i 3 punti di vista come da programma che trovate qui sotto, e nella parte finale discutendone in modo aperto e informale nell’ambito di un piacevole aperitivo insieme.

(dal Blog,  COWO)